Un messaggio del signor Rodolfo Fittipaldi ci fa conoscere il suo pensiero sul 17 marzo e di questo lo ringraziamo moltissimo, lieti dell’attenzione al nostro sito che non ha intenti politici ma civili  e storici. Ci pare doveroso riprodurre  integralmente quanto egli scrive:

Una sanguinosa guerra tra il Sud e i Savoia. Il risorgimento del Piemonte e l’annessione forzata del regno delle Due Sicilie al Piemonte vide scorrere un fiume di sangue. tra il 1861 e il 1870 centinaia di migliaia di sudisti che furono chiamati ” briganti” morirono per difendere la loro Patria, i loro costumi e la loro terra. L’emigrazione, sconosciuta al Sud fu da allora l’unica via per fuggire da una miseria che non esisteva. Il Sud depredato del suo oro ( ben 443 milioni in oro) le sue fabbriche chiuse e spostate al nord,( nel 1843, il retrogrado Sud fabbricava e vendeva al Piemonte sette locomotive ), il terrore era la legge che vigeva nel più bel regno del mondo, come fu definito il regno delle Due Sicilie. Festeggiare? No grazie”.

 

Il signor Fittipaldi ci consentirà  di osservare alcune cose. Un primo equivoco è confondere il Risorgimento con la politica militare piemontese. Il Risorgimento è il compimento dell’indipendenza e dell’unità italiana. Lo scopo fondamentale del Risorgimento è l’aspirazione di tutte le classi politicamente consapevoli ad una società più moderna e ispirata ai diritti civili, a cominciare da quello della libertà in tutti i campi. Ciò che accade dopo il Risorgimento è questione complessa e non si esaurisce negli episodi, anche se non mancarono repressioni sanguinose. Pare doveroso però osservare che il brigantaggio non nasceva con il 1860, ma era già fenomeno rilevante e endemico.  Derivava  da un insieme di fattori sociali e politici su cui agirono anche interessati agenti borbonici. Ma c’era un reale disagio sociale e scaturiva da situazioni di miseria e di malessere stratificate che non potevano essere attribuite a chi aveva assunto il governo da pochissimo, sostituendo una dinastia presente da oltre un secolo. In un libro di Luigi Da Pozzo (Cronaca civile e militare delle Due Sicilie sotto la dinastia Borbonica, libro del 1857, stampato a Napoli) sono riportati alcuni documenti relativi al 1848: “ 15. Il brigantaggio esercitato da’dispersi individui delle abbattute masse rivoluzionarie nelle tre Calabrie, infestando quelle terre e contristando i pacifici abitanti di esse, determina il real Governo a prendere misure necessarie per la distruzione di tale flagello. Perloché il Re destina il maresciallo di campo conte Errigo Statella con la qualità di comandante supremo delle forze riunite nelle tre Calabrie ad effettuare la distruzione de’ briganti; 16. Manifesto del generale Errigo Statella diretto ai briganti delle tre Calabrie promettendo loro indulgenza e diminuzione di pene in caso che si presentino e si sottomettano alle autorità, ovvero tutto il rigore della pena ai renitenti; 20. Molte bande armate e comitive di briganti sono sconfitte dalle guardie nazionali, dalle guardie di pubblica sicurezza e dalle truppe regolari nelle Calabrie, e specialmente nella citeriore.

La ferrovia Napoli-Portici fu la prima italiana ed è una bella testimonianza di saper fare, ma è pur vero che fu anche l’ultima prima del 1861 e che si trattava di un ramo di ferrovia sostanzialmente ad uso del Re. Ciò va considerato a fronte del grande sviluppo delle vie di comunicazione, ferrovie comprese, in Piemonte e in quelle parti d’Italia dove ci fosse aspirazione alla modernità e vi fossero imprenditori capaci di investire, con o senza l’aiuto dello stato (generalmente con). Che cosa possiamo dedurne? Che lo Stato delle Due Sicilie era in grado di sviluppare la cultura tecnica e scientifica (anche per la navigazione a vapore), che aveva solide intellettualità, ma non tradusse tutto questo in cultura dello sviluppo e della modernizzazione, fermandosi all’impiego degli strumenti moderni per usi limitati ai bisogni del governo e della classe dirigente.

La sostanziale differenza tra il Piemonte e quei regni era nel fatto che il Piemonte, forte dell’aver mantenuto lo Statuto (certamente non paragonabile comunque alla ricchezza politica della Costituzione romana), del fatto di avere un Parlamento ecc. andava configurandosi sulla modernità europea. Altri stati rimanevano ancorati a modelli arcaici, non solo dal punto di vista istituzionale che nessuno può seriamente difendere (neppure i neoborbonici) ma dal punto di vista economico, essendo ancora fondati sul latifondo improduttivo e sullo sfruttamento della manodopera, specialmente bracciantile. Che poi i braccianti potessero perfino far parte di chi avversava il nuovo sistema “piemontese” ci proietterebbe sul piano di quanto è stato fatto per garantire l’istruzione e la capacità critica.  È un argomento che ci porta a riflettere sul tema del bilancio statale. E al fatto che  il Regno delle Due Sicilie avrebbe portato in dote circa 440 milioni di lire oro, contro cifre assai inferiori delle altre “regioni italiane”, Piemonte compreso. Se questo è vero (ma su questo vi è stata grande discussione anche tra meridionalisti famosi come Nitti e Fortunato), si pone una domanda: perché a tanta ricchezza nei forzieri delle banche e dell’Erario corrispondeva tanta miseria delle classi lavoratrici? Quale era la realtà economica e produttiva del Mezzogiorno? Prevalentemente si trattava di un’economia dell’autoconsumo (tipica delle agricolture più arretrate e fondate in gran parte sul grano, tipo quella della Russia zarista).

L’ipotesi che il Sud fosse agiato è smentita da molti studi. Tralasciando serissime analisi di inizio secolo, il contemporaneo e autorevole Valerio Castronovo dimostra che, nel 1860, il PIL del Sud era inferiore di circa il 20% rispetto al nord, anche se le cifre appaiono incerte in tutti quanti (pro e contro). L’altrettanto autorevole Vera Zamagni dimostra che la resa per ettaro era inferiore tra 1/3 e la metà rispetto alla Lombardia e al Piemonte (valutazione fondamentale, dato il primato economico dell’agricoltura in tutti gli stati), che l’analfabetismo era dell’87% contro il 54% del nord, ecc. Anche l’asserita solidità dell’industria appare ingannevole, quando si afferma che, nel Sud, era del 31% contro il 25% al nord, perché non si trattava che in piccola parte di attività legata alla modernità o all’industria (salvo l’“isola”  Napoli), ma in gran parte di artigianato locale legato al piccolo mercato del lusso padronale o dell’agricoltura arretrata.

Chi vide il Mezzogiorno poco dopo l’unità, cioè quando persisteva ancora la situazione originaria rimase stupefatto, sia che fosse democratico, sia che fosse moderato. L’inglese Jessie White Mario, amica di Mazzini, scrisse il libro “La miseria di Napoli” (titolo eloquente che suscita la domanda: non era una grande capitale industriale?); l’esule Pasquale Villari, tornato nel 1873, descrisse le tremende condizioni di lavoro di donne fanciulli, ecc. nelle miniere siciliane, della mafia e della camorra che regnava, del parassitismo sociale, ecc. Nello stesso tempo, Leopoldo Franchetti descriveva un paese senza strade, tenuto nell’ignoranza da signori ignoranti, di una forte presenza della corruzione, della mafia come metodo di pensiero.

Cito da (Natura ed origine della misteriosa setta della Camorra, un libro del 1850, dieci anni prima di Garibaldi): “È presso a toccare il terzo secolo che questa bella parte del bel paese ove il sì suona […] trovasi tra le tante molestie travagliata da un tarlo incessante che la rode e che minaccia ogni giorno rendersi danno di tutta la macchina sociale […]. Parlo della camorra e dei camorristi”.

 Ci si potrebbe chiedere: quanti esuli si conoscono costretti a rifugiarsi nel Mezzogiorno borbonico per godere di libertà e quanti se ne conoscono costretti a fuggire dal Mezzogiorno borbonico per motivi politici in Piemonte o in Toscana, ad esempio? C’è un motivo per la differenza? L’Europa della seconda metà del secolo stava allargando i mercati. Il poco di industria presente nel Mezzogiorno, in larga parte limitata a Napoli non avrebbe retto se non con uno stretto protezionismo che non poteva contare su un adeguato mercato interno, penalizzato dalla forte miseria. Il vero peccato del Piemonte (non del Risorgimento) è forse aver lasciato sopravvivere, per comodità, i rapporti di potere preesistenti, cooptando anzi nel sistema politico vecchi campioni del latifondismo (in questo senso vale ricordare come metafora letteraria il principe di Salina del “Gattopardo”). Si potrebbe anche pensare che uno sbocco repubblicano-mazziniano (sostanzialmente impossibile perché le grandi potenze sarebbero intervenute davvero) avrebbe forse offerto un modello diverso di coinvolgimento. Ma si tratta appunto, come si diceva all’inizio, del “dopo” Risorgimento, non del prima, del Risorgimento vero e proprio cui, tra l’altro, gli esuli meridionali e i coraggiosi congiurati nel continente e in Sicilia, come, del resto nello Stato pontificio, contribuirono in una misura straordinaria, per cui li sentiamo nostri fratelli, come tutti coloro che conservano il mito di un Mezzogiorno regno felice, cioè la favola di qualcosa che non esisteva, ma che rivela un orgoglio identitario sinceramente apprezzabile, come quello del signor Fittipaldi al quale stringiamo la mano volentieri con amicizia e simpatia.

 

Fabio Bertini

Neoborbonici

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